POETI MALEDETTI – 02 (RAFFRONTI II)

Qualche tempo fa, fra alcuni frammenti di classici greci, ho riportato alcuni versi di Ipponatte. Qui intendo riagganciarmi al post precedente.
Perché, se Ipponatte può essere ritenuto il precursore dei poeti maledetti, Villon ne è l’antesignano, per lo meno in terra di Francia.
Nato a Parigi nel 1431 (antico stile)1 e morto in una data imprecisata dopo il 1462 in una località parimenti imprecisata, ha lasciato numerosi versi (ma Villon non è il suo vero nome), pubblicati a stampa per la prima volta nel 1489, in un corpus in parte strutturato dallo stesso autore, in parte sotto forma di poesie varie, prive di titolo e che l’autore non aveva posto in alcuna raccolta, fra le quali sei ballate scritte in argot.
Tralasciando per il momento le poesie dall’autore non classificate, la maggior parte di esse sono state da lui raccolte nel Lascito e nel Testamento, già fin dal periodo in cui egli visse sovente chiamati anche “Piccolo testamento” e “Grande testamento”, con ogni probabilità erroneamente, sia per motivi prettamente linguistici (i nomi delle due raccolte, Lais e Testament, significano rispettivamente “Lascito” e “Testamento”) sia perché è il poeta stesso nella strofe LXXV del Testamento ad affermare che il suo primo poemetto è solo un “lascito”.
Comunque sia, le due raccolte obbediscono ad una struttura poetica tipica del tempo, quella del Dit, l’Addio, una forma letteraria in cui si finge una partenza, burlescamente designando secondo la tradizionale formula del legato testamentario qualcosa da lasciare agli amici prima di partire, nel caso di Villon, per un amore non corrisposto. Diversa però è l’ispirazione dei due poemi. Nel primo – molto breve, 120 versi – Villon descrive, in modo crudo e beffardo, ma anche un po’ goliardico, certo ambiente borghese e soprattutto giudiziario: tuttavia la partenza è una partenza che ha ancora dell’artefatto e della finzione, ancorché connessa a un grave fatto di cui egli era stato protagonista; nel secondo, invece, la partenza, concreta e dovuta a serio pericolo, porta il poeta a fare un testamento che, di artefatto, non ha niente. Nel Testamento lascia tutta la sua esperienza, la sua conoscenza del mondo, la sua vita e quello che da essa ha maturato – nel bene e nel male – all’eventuale lettore disegnando un affresco non privo di elementi fantastici – e tuttavia reali – nel quale descrive la nostra condizione, quella umana, sotto ogni aspetto, servendosi di quello che sa direttamente per esserne stato protagonista e servendosi di quello che sa indirettamente per averlo letto o sentito raccontare: ne esce una descrizione in cui sovente predomina il tema del rancore, un rancore cupo cui fa da contraltare quello di una beffarda derisione; temi che, insieme, coinvolgono gradualmente tutto il mondo della borghesia avida e meschina alla quale egli contrappone la propria miseria e quella dei suoi compagni di (dis)avventura. Tuttavia, se lo scherno antiborghese è sempre presente, non è vero che il rancore la fa sempre da padrone; non manca, infatti, il senso della carità, della fratellanza e della pietà fra e con gli uomini; perché, alla fine, tutti siamo obbligati a seguire il medesimo destino. Si tratta di un messaggio inviato a tutti, con la speranza che tutti lo comprendano, anche se, tutto sommato, sembra che ci sia la quasi certezza che solo se si è (o si riesce a farsi) poveri o derelitti è possibile intenderlo. Tutto questo in un lungo poema, di circa 2000 versi, che comprendono tre rondeaux e sedici ballate2 oltre a normali strofe narrative, vale a dire tutti i generi poetici del tempo, qui ripresi in modo satirico.
Quanto alle date di questi componimenti, il Lascito pare risalire a al 1456, poiché è Villon stesso a dirlo nel primo verso (“L’an quatre cens cinquante six / je, François Villon, escollier”); più difficile è datare il Testamento. Per certo è stato iniziato nel 1562, ma, a motivo della complessità della sua architettura, altrettanto per certo in esso sono stati inserirti componimenti precedenti e fors’anche posteriori.
Fra le poesie che non fanno parte di questi poemi molto hanno fatto e fanno discutere le ballate in argot (il dialetto di Parigi) a causa delle loro (vera o presunta) cripticità; in origine sei, poi diventate undici, dal ’54 del secolo scorso tornate ad essere sei (le altre sembrando spurie o non attendibili), di esse sono state date varie interpretazioni che vi vedono messaggi segreti o rivolti a persone iniziate a qualche confraternita.
Una di queste interpretazioni sostiene che ognuna di queste ballate si rivolga ad un tipo particolare di criminale (scassinatori, assassini, ladri, specialisti di chiavi false, spie della polizia, falsari) e contenga contemporaneamente tre sensi (il più semplice a comprendersi è relativo alle attività criminose dei Coquillars3; il secondo è relativo al gioco truccato e/o agli imbrogli dei bari; il terzo, quello veramente segreto e derivante dalla sovrapposizione degli altri due, è relativo a pratiche di sodomia): quindi le sei ballate, in realtà, sarebbero diciotto, una struttura chiusa entro la quale vi sarebbero continui e coerenti rimandi solo da pochi comprensibili.
Molto cerebrale come interpretazione, ma non è l’unica; eppure Villon non è stato il solo a scrivere poesie dialettali!
Di certo ai continui sforzi interpretativi di queste ballate contribuiscono diversi documenti imperiali e giudiziari che redimono o confermano alcuni reati commessi dall’autore, portandoci a conoscenza di sue avventure, delle quali, per altro, egli quasi non parla nei suoi versi, al massimo limitandosi ad allusioni alquanto vaghe; ciò, che da secoli gli ha dato la nomea di poeta maledetto.
Riassumendone brevemente la vita, per altro assai nota.
Orfano di padre, viene affidato in tenera età a maître Guillaume de Villon, decretista e canonico di Saint-Benoîte-le-Bétourné, che si occupa della sua educazione. 3bdd1c9fb735882d6e7e4b8e78499519.jpgE’ verosimile che il poeta (il cui nome era François de Montcorbier oppure de Loges, la cosa è ancora incerta) abbia preso il nome di Villon da quello del suo benefattore4. Iscrittosi nel 1443 alla Facoltà delle Arti dell’Università di Parigi, nel 1449 ottiene il titolo di bachelier ès arts e nel 1452 quello di maître ès arts, in questi anni vivendo intensamente la sua vita di studente con la partecipazione ai duri scontri fra goliardia e polizia nel 1451÷1454. Nel 1455, aggredito da un prete, sembra, per motivi di donne, lo ferisce mortalmente; temendo le conseguenze giudiziarie del suo gesto, si allontana da Parigi. L’anno seguente ottiene la remissione per tale reato ed è a questo anno che è da fare risalire la composizione del Lascito. Ora che può farlo torna a Parigi dove partecipa a vari furti, in conseguenza dei quali viene perseguito. Nel 1461 si trova in carcere a Meung, una delle prigioni più terribili del tempo, per motivi che esattamente non sono ancor noti, e vi rimane rinchiuso dall’estate del 1461 al 2 Ottobre dello stesso anno quando può uscire in seguito ad un’amnistia. E’ di questo periodo la composizione del Testamento, almeno nella sua prima stesura. Ai primi di Novembre dell’anno seguente Villon è nuovamente in carcere, questa volta a Parigi, con l’accusa di furto; liberato dopo cinque giorni, a fine mese è coinvolto in una rissa (in cui una persona rimane ferita per quanto, pare, in modo non grave), in conseguenza della quale viene arrestato, nuovamente imprigionato e, in considerazione dei suoi precedenti, condannato a morte da eseguirsi mediante impiccagione. Contro questo provvedimento Villon fa un ricorso, che viene accolto: la sentenza viene annullata dalla Corte Suprema e la pena viene commutata in 10 anni di bando da Parigi. Il poeta chiede allora una dilazione di 3 giorni alla Corte, al contempo rivolgendole un pubblico ringraziamento. Non abbiamo idea se tale dilazione gli sia stata accordata o no: da questo momento si perde ogni traccia di lui, sia nelle storia sia nella letteratura.

[Ma questo post è divenuto troppo lungo. Rimando, quindi, il raffronto che intendevo fare ad altra occasione. (N.d.B)]

 (segue)


1
La locuzione antico stile indica la diversa periodizzazione dell’anno che allora si aveva   rispetto ad oggi: l’anno, cioè iniziava a Pasqua e terminava la Pasqua dell’anno successivo. In mancanza di (altre testimonianza riferite a) giorno e mese, è possibile solo dire che Villon nacque fra il 1° Aprile 1431 e il 19 Aprile 1432.

2La Ballade des dames du temps jadis del post precedente è una di queste.

3I Coquillard o Compagnie de la Coqille erano una vasta associazione per delinquere che, ramificando da Digione, operava su tutta la Francia. Con precisione non si sa quando Villon entrò in relazione con i Coquillard, ma, leggendo le ballate “argotiche”, appare evidente che conosce perfettamente il linguaggio segreto (il jargon-jobelin) di questa associazione. Non è possibile, comunque, affermare con certezza assoluta che il poeta sia stato un vero affiliato di questa banda e abbia partecipato direttamente ai crimini da essa perpetrati.

4Invero ci sono anche altre ipotesi sul motivo per cui abbia assunto il cognome “Villon” – fra le quali quella che vedrebbe in tale termine come una specie di rimando a “furetto” –  ma paiono poco attendibili. E’ da rilevare, tuttavia, che in alcuni atti appare un cognome diverso sia da Montcorbier sia da de Loges.

POETI MALEDETTI – 02 (RAFFRONTI II)ultima modifica: 2007-09-30T02:00:00+02:00da starrynight_00
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4 pensieri su “POETI MALEDETTI – 02 (RAFFRONTI II)

  1. Ciao! Questo interessante articolo mi dà l’occasione di ribadire un concetto già espresso (come commento ad un tuo prec. post). E’ difficile considerare Ipponatte un precursore dei ‘poeti maledetti’, in quanto il poeta greco scriveva, ‘interpretando’ il punto di vista di un ‘gruppo’, di cui si sentiva parte. L’individualismo non era prerogativa di chi viveva immerso in una città-stato. Tuttavia, la sua poesia dà davvero l’impressione di essere di una modernità sconcertante…
    Lo stesso discorso vale per Villon. Risulta un po’ arduo anticipare a secoli prima della II metà dell’Ottocento la definizione di ‘poeta maledetto’. Però, è indubbio che in diversi poeti (come lui magari) si riscontrino i germi della poesia di Baudelaire, Verlaine & C.. Ad es., come si potrebbe resistere alla tentazione di considerare Veronica Franco una ‘poetessa maledetta’?
    Kart

  2. Mi vergogno di entrare in queste dotte disquisizioni, ma a me è venuto subito in mente il ghigno beffardo di Cecco Angiolieriche già nel duecento voleva mandare a fuoco il mondo!! Comunque è bello ogni tanto rinfrescarsi la memoria ricordando quanto di affascinante ci ha regalato la letteratura di tutte le epoche..grazie a te.

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