POETI MALEDETTI – 05 (INTERSEZIONI)

Negli ultimi post ho è parlato a lungo dell’influsso di Villon su de André al punto che una delle sue canzoni, “Ballata degli impiccati” si ispira chiaramente al poeta medievale, visto ne ha il medesimo titolo; ho anzi ipotizzato (ma non pretendo di essere stato il primo a farlo) che de André si sia ispirato a Villon nella costruzione di un suo intero disco.
Però questi post non hanno avuto origine scrivendo di de André, bensì scrivendo di Brassens, un cantante francese a lui contemporaneo. Tutto ha mosso da un’altro componimento di Villon, Les dames du temps jadis, da Brassens messo in musica. Evidentemente Villon ha esercitato un suo fascino anche su quest’ autore, che, è indubbio, ha, a sua volta, avuto una notevole influenza su de André: questo per sua stessa ammissione, ma, anche se non fosse, ad avvalorare la cosa basterebbe il numero delle canzoni di Brassens da lui tradotte, fra l’altro con assoluta fedeltà; basti pensare a “Nell’acqua della chiara fontana”, “Le passanti”, “Il gorilla”, “Il re fa rullare i tamburi”, “Delitto di paese”, “Leggenda di Natale” (tra l’altro presente in Tutti morimmo a stento, vale a dire il disco su ho soffermato la mia attenzione). Così; solo per fare qualche esempio.
Un autore dissacrante, Brassens, nelle cui canzoni, cha vanno dal burlesco all’indignato, generalmente condotte con ironia (che può facilmente diventare sarcasmo) riversa tutta la sua insofferenza per le routines, gli schemi, le abitudini, le convenzioni sociali e per l’ipocrisia che in esse può essere presente. Per tutto questo, in lui, c’è lo sberleffo, magari giocoso, ma anche la comprensione e una specie di solidarietà per chi in questa società, con le sue abitudini e convenzioni, non può o non riesce vivere ed è a disagio perché da essa si sente o, più probabilmente, è rifiutato od emarginato quasi fosse un corpo a lei estraneo.
Come ho detto, de André ha tradotto diverse canzoni di Brassens. A volte, però, gli è capitato di tradurne soltanto l’atmosfera, cambiando completamente le parole ed il significato originale: solamente il senso è rimasto inalterato.
E’ questo il caso della versione italiana di Le verger du Roi Louis, anche se qui non c’è ironia: non c’è spazio per farne.
Le parole non sono di Brassens. Come gli è accaduto spesso di fare, e lo si è visto a proposito di Villon, ha messo in musica – forse già dal 1940 – i versi di una poesia preesistente; una poesia risalente al secolo prima e composta da Théodore de Banville (1823-1891).
Questi era un poeta francese, che fece parte del circolo di Théophile Gautier e 2d0988eaeebf363371fbacfe80797aaa.jpgche, come lu,i fu strenuo difensore della metrica e della rima nella poesia. E’ stata forse l’intensa valenza immaginativa dei suoi versi a fargli avere una grande influenza poeti Parnassiani e, attraverso di essi, in seguito, anche sui poeti Simbolisti. La sua opera principale, del 1873, è costituita dalle Trentasei ballate gioiose composte alla maniera di François Villon (tu guarda, a volte, le coincidenze). Da quanto detto, è difficile considerarlo un poeta maledetto; eppure Rimbaud, che poeta maledetto invece lo è, lo definisce il suo maestro, arrivando anche a dedicargli varie poesie. Brassens, probabilmente, condivide il pensiero di Rimbaud, o, forse, è questo componimento a sembragli maledetto; a cominciare dal titolo: infatti, in Francia, per tutto il Medioevo ed il Rinascimento e in alcuni luoghi fino alla Rivoluzione, “le verger du Roi Louis” è il nome che veniva dato a qualsiasi terreno riservato all’esecuzione per impiccagione (ogni tanto c’è da stupirsi per le coincidenze).


 LE VERGER DU ROI LOUIS

Sur ses larges bras étendus,
la forêt où s’éveille Flore
a des chapelets de pendus
que le matin caresse et dore.
Ce bois sombre, où le chêne arbore
Des grappes de fruits inouïs
même chez le Turc et le More,
c’est le verger du roi Louis.

Tous ces pauvres gens morfondus,
roulant des pensers qu’on ignore,
dans des tourbillons éperdus
voltigent, palpitants encore.
Le soleil levant les dévore.
Regardez-les, cieux éblouis,
danser dans les feux de l’aurore.
C’est le verger du roi Louis.

Ces pendus, du diable entendus,
appellent des pendus encore,
Tandis qu’aux cieux, d’azur tendus,
où semble luire un météore,
la rosée en l’air s’évapore,
un essaim d’oiseaux réjouis
par-dessus leur tête picore.
C’est le verger du roi Louis.

Prince, il est un bois que décore
un tas de pendus enfouis
dans le doux feuillage sonore.
C’est le verger du roi Louis!

 (Théodore de Banville, 1873)

           [click qui per una traduzione]

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Georges Brassens ha così musicato questa poesia (1960):
http://frammentidiparole.myblog.it/media/00/00/c39619adf05d0d31d9baf15913b26155.mp3

Questa è la versione che ne ha dato Fabrizio de André (1967):
http://frammentidiparole.myblog.it/media/02/00/b76bbefb4c4ac3b774fcfb53782fc8d3.mp3

 

POETI MALEDETTI – 05 (INTERSEZIONI)ultima modifica: 2007-10-05T01:40:00+00:00da starrynight_00

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