12/02/2009
Come siamo
Giorgio Gaber 2002
02:04
Scritto da: starrynight_00
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11/02/2009
Come eravamo
Parte I
Mina e Giorgio Gaber - 1972
Parte II
01:54
Scritto da: starrynight_00
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09/02/2009
E' TRISTE ...
... pensare chi sia dovuta morire per avere un po' di ripetto.
Quello che fino ad ora le hanno sempre negato.
Un ultimo saluto.
21:22
Scritto da: starrynight_00
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07/02/2009
Ritornare (!?)
Forse c’erano già i CD, non ricordo; di certo non erano molti, né molto usati.
In ogni caso, i nostri erano, dischi in vinile, che dopo essere stati ascoltati non più di una decina di volte cominciavano a emettere fruscii, scricchi, crepitii e rumori varii che nulla avevano a che fare con la musica che ascoltavamo. Erano canzoni di de André, Guccini ed altri cantanti, da molti erano ritenuti un po’ d’élite, sovente censurati dalla Rai. Noi, che, avevamo insegnanti molto tradizionalisti, ricercavamo i libri di Pavese, Hemingway, Dos Passos, Kerouac, e altri che a scuola, con la prof che ci eravamo ritrovati, non potevamo neanche nominare. Od, anche, organizzavamo dei minicineforum, un po’ casuali nelle tematiche ma anche nelle scadenze dato che li facevamo nella prima sede libera che trovavamo e che le nostre finanze ci permettevano di affittare; per proiettarvi Pasolini, Fellini, Eisenstein.
Era la nostra piccola trasgressione, ma questo è quello che dico oggi. Allora non la pensavo certo così, con il tradizionalismo – dai tempi ormai da tempo superato – e, pure, per noi ancora esistente. Allora conducevamo la nostra sfida personale; avevamo fondato anche un giornale, che ha avuto vita breve, di cui ricordo solo il titolo: “L’a/normalità”.
Poi, come spesso accade, ci siamo persi e magari non solo di vista.
E infatti quelle di cui ho parlato sono cose vecchie, superate, che, ricordandole ora, mi appaiono molto più vecchie e superate di quanto in realtà non siano.
E allora perché parlarne?
Perché il nostro luogo di ritrovo era una specie di scantinato nella casa di un amico che abitava vicino a me.
Per quanto ne so, ci abita ancora; a una distanza di non più di 300 metri, ma … il lavoro differente, le idee non più condivisibili non so dire neanche se appieno, gli interessi, le abitudini … insomma, non sono sicuro fino a che punto si possa ancora dire che sia un amico. Siamo talmente vicini che non ci vediamo quasi mai, magari un e_mail, quando va bene, che, almeno per quanto mi riguarda, sovente non leggo neanche.
Qualche giorno fa, me ne ho inviata una e questa volta l’ho letta: mi diceva che aveva aperto un blog e mi invitava a visitarlo. Non l’ho ancora fatto, ma mi è venuto in mente che un tempo tenevo regolarmente aggiornato il mio.
Poi il lavoro che mi ha portato lontano … insomma la storia che ho raccontato prima si è ripetuta. Dopo due anni che sono stato altrove, talvolta, dopo il mio ritorno mi trovavo a pensare di ricominciare … in fin dei conti, tenere quel blog mi piaceva: nel mio lavoro le parole hanno una parte preponderante, ma almeno qui potevo dire più liberamente quello che sentivo senza sentirmi vincolato ai discorsi che gli altri si attendono che io faccia. Magari potrei riprendere. E forse quell’e_mail è servita a qualcosa, non importa se questo qualcosa vale solo per me. Chi sa, magari anche quell’amicizia può darsi non sia mai finita.
Devo organizzarmi un poco, ma …
… e se ricominciassi?
18:17
Scritto da: starrynight_00
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08/10/2007
Una sera, in treno ...
Per attività collaterali al mio lavoro, in questo periodo ero quasi sempre via (i miei ultimi post, per lo più, sono partiti in modo automatico): durante uno dei miei rientri, qualcuno, sul treno, si siede davanti a me; fa un po' di fatica e, confusamente, mi rendo conto che lo ostruisco nei movimenti. Semiaddormentato, mentre cambio posizione, guardo per un attimo e vedo solo una figura che si sta togliendo una giacca di jeans per appenderla di fianco a sé; sotto, sul maglione, è raffigurata un'immagine, che ho visto tante volte, da anni: su magliette, come in questo caso, appunto, su poster di vario genere, in spot televisivi, su striscioni a cortei e comizi, in vari filmati in internet o nei cinema, in diversi documentari, probabilmente anche nella pubblicità; sempre la stessa immagine. Già; perché ce ne sono in giro molto poche: non amava farsi fotografare, diceva di non essere fotogenico. Eppure, dopo più di 30 anni dalla sua morte, quelle poche sue immagini che abbiamo continuano a vedersi un po' ovunque; come l'altra sera in treno, quando è capitato a me. Quella sera mi è venuto in mente che di lì a qualche giorno sarebbe stato l'anniversario delle sua morte: chissà se chi indossava quel maglione lo sapeva; e chissà se veramente sapeva chi era.
Nato nel 1928, entra nella storia a partire dalla metà del secolo scorso. Nel 1954 è in Guatemala e, dopo aver partecipato, alla difesa, fallita, del governo legale di Arbens, attaccato da mercenari della CIA, va in esilio volontario in Messico, dove conosce Fidel Castro e lo segue entrando,come medico, in un gruppo di guerriglieri che aveva l'intento di combattere la dittatura, a Cuba, del generale Fulgencio Batista.
Membro del Movimento del 26 Luglio, un'organiizzazione clandestina contro il regime fondata da Fidel Castro nel '55, partecipa attivamente alla rivoluzione cubana, nel '59 occupando le città di Santa Clara e Santiago (di Cuba); con la fuga di Batista, in quello stesso anno la rivoluzione ha termine ed egli diviene uno degli uomini più importanti del nuovo governo rivoluzionario che si instaura in Cuba: è secondo solo a Fidel Castro che ne diventa il presidente.
Non era di Cuba; la sua nascita era avvenuta a Rosario, in Argentina; però è stato sempre amato dal popolo: il 7 febbraio 1959 il nuovo governo lo nomina cubano per diritto di nascita. In quest'anno è procuratore generale della fortezza militare di La Habana, dove si svolgono i processi contro i militari dell'ex regime di Batista accusati di crimini di guerra: durante quest'incarico fa rispettare tutte le procedure processuali, da più parti venendo accusato di "rallentare i processi per esigere eccesso di elementi probatori": alla fine vi saranno 55 condanne a morte mediante fucilazione; secondo alcuni studiosi, sono stati condannati coloro che si sono resi responsabili di torture durante la dittatura batista.
Fu, forse, un po' idealista. O forse no; forse aveva le idee sin troppo chiare su che cosa significasse essere un rivoluzionario. Sta di fatto che dopo il '65 lascia Cuba per "esportare la rivoluzione", prima nel Congo Belga (questo era il nome che allora aveva l'attuale Repubblica Democratica del Congo), poi in Bolivia.
Qui, nella località di La Higuera, l'8 Settembre del 1967 viene ferito e poi catturato da un reparto antiguerriglia dell'esercito boliviano, assistito da una promanazione della CIA, le forze speciali statunitensi, comunemente note col nome di Berretti Verdi.
Il giorno dopo viene ucciso nella scuola della cittadina. Il suo cadavere - dopo essere stato esposto al pubblico - è, poi, in un luogo segreto, segretamente sepolto.
Fu ritrovato da alcuni antropologi argentini nel 1997. Da allora giace nel mausoleo di Santa Clara de Cuba.
Nell'immaginario collettivo è entrato molto presto e da tempo vi permane. Per l'alone da personaggio romantico che lo permea, per il suo spirito libertario, per l'idealismo con cui sembra aver condotto la sua vita, per la sua fede (per alcuni ingenua, per altri sincera) nella rivoluzione; non lo so: ma quell'immagine, l'ultima volta vista in treno su di un maglione, se viene continuamente usata - anche se lo fosse solamente a fini consumistici e pubblicitari - vuol dire che è di impatto emotivo, che evoca ancora qualcosa. Forse - ciò che evoca - è libertà e giustizia ed eguaglinza sociale.
Oggi ricorre l'anniversario della sua morte.
18:35
Scritto da: starrynight_00
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07/10/2007
POETI MALEDETTI - 06 (INTERSEZIONI II)
In questi ultimi tempi mi sono trovato spesso a parlare di Brassens, ma il modo in cui ho affrontato l’argomento che li collegava (n poeta del XV secolo) non ha mai permesso di includere in essi una canzone completamente sua. Lo faccio ora, nel porre fine a questa lunga teoria di post. Ancora una volta il raffronto con de André è pressoché obbligato. Tuttavia, questa volta, le due canzoni che propongo – a parte qualche analogia contenutistica – non hanno niente in comune. O, meglio, quasi niente: infatti hanno uguale il titolo, che a sua volta (ma forse è un’altra coincidenza) è identico al nome della raccolta maggiore di Villon.
Georges Brassens - Le testament (1953)
Il linguaggio dell'autore non è semplice; click qui per un tentativo di traduzione
Fabrizio de André - Il Testamento (1968)

Il linguaggio dell'autore è facilmente comprensibile; facendo click qui non si ottiene alcuna traduzione
19:10
Scritto da: starrynight_00
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05/10/2007
POETI MALEDETTI - 05 (INTERSEZIONI)
Però questi post non hanno avuto origine scrivendo di de André, bensì scrivendo di Brassens, un cantante francese a lui contemporaneo. Tutto ha mosso da un’altro componimento di Villon, Les dames du temps jadis, da Brassens messo in musica. Evidentemente Villon ha esercitato un suo fascino anche su quest’ autore, che, è indubbio, ha, a sua volta, avuto una notevole influenza su de André: questo per sua stessa ammissione, ma, anche se non fosse, ad avvalorare la cosa basterebbe il numero delle canzoni di Brassens da lui tradotte, fra l’altro con assoluta fedeltà; basti pensare a “Nell’acqua della chiara fontana”, “Le passanti”, “Il gorilla”, “Il re fa rullare i tamburi”, “Delitto di paese”, “Leggenda di Natale” (tra l’altro presente in Tutti morimmo a stento, vale a dire il disco su ho soffermato la mia attenzione). Così; solo per fare qualche esempio.
Un autore dissacrante, Brassens, nelle cui canzoni, cha vanno dal burlesco all’indignato, generalmente condotte con ironia (che può facilmente diventare sarcasmo) riversa tutta la sua insofferenza per le routines, gli schemi, le abitudini, le convenzioni sociali e per l’ipocrisia che in esse può essere presente. Per tutto questo, in lui, c’è lo sberleffo, magari giocoso, ma anche la comprensione e una specie di solidarietà per chi in questa società, con le sue abitudini e convenzioni, non può o non riesce vivere ed è a disagio perché da essa si sente o, più probabilmente, è rifiutato od emarginato quasi fosse un corpo a lei estraneo.
Come ho detto, de André ha tradotto diverse canzoni di Brassens. A volte, però, gli è capitato di tradurne soltanto l’atmosfera, cambiando completamente le parole ed il significato originale: solamente il senso è rimasto inalterato.
E’ questo il caso della versione italiana di Le verger du Roi Louis, anche se qui non c’è ironia: non c’è spazio per farne.
Le parole non sono di Brassens. Come gli è accaduto spesso di fare, e lo si è visto a proposito di Villon, ha messo in musica – forse già dal 1940 - i versi di una poesia preesistente; una poesia risalente al secolo prima e composta da Théodore de Banville (1823-1891).
Questi era un poeta francese, che fece parte del circolo di Théophile Gautier e
che, come lu,i fu strenuo difensore della metrica e della rima nella poesia. E’ stata forse l'intensa valenza immaginativa dei suoi versi a fargli avere una grande influenza poeti Parnassiani e, attraverso di essi, in seguito, anche sui poeti Simbolisti. La sua opera principale, del 1873, è costituita dalle Trentasei ballate gioiose composte alla maniera di François Villon (tu guarda, a volte, le coincidenze). Da quanto detto, è difficile considerarlo un poeta maledetto; eppure Rimbaud, che poeta maledetto invece lo è, lo definisce il suo maestro, arrivando anche a dedicargli varie poesie. Brassens, probabilmente, condivide il pensiero di Rimbaud, o, forse, è questo componimento a sembragli maledetto; a cominciare dal titolo: infatti, in Francia, per tutto il Medioevo ed il Rinascimento e in alcuni luoghi fino alla Rivoluzione, “le verger du Roi Louis” è il nome che veniva dato a qualsiasi terreno riservato all’esecuzione per impiccagione (ogni tanto c’è da stupirsi per le coincidenze).LE VERGER DU ROI LOUIS
Sur ses larges bras étendus,
la forêt où s'éveille Flore
a des chapelets de pendus
que le matin caresse et dore.
Ce bois sombre, où le chêne arbore
Des grappes de fruits inouïs
même chez le Turc et le More,
c'est le verger du roi Louis.
Tous ces pauvres gens morfondus,
roulant des pensers qu'on ignore,
dans des tourbillons éperdus
voltigent, palpitants encore.
Le soleil levant les dévore.
Regardez-les, cieux éblouis,
danser dans les feux de l'aurore.
C'est le verger du roi Louis.
Ces pendus, du diable entendus,
appellent des pendus encore,
Tandis qu'aux cieux, d'azur tendus,
où semble luire un météore,
la rosée en l'air s'évapore,
un essaim d'oiseaux réjouis
par-dessus leur tête picore.
C'est le verger du roi Louis.
Prince, il est un bois que décore
un tas de pendus enfouis
dans le doux feuillage sonore.
C'est le verger du roi Louis!
(Théodore de Banville, 1873)
[click qui per una traduzione]
Georges Brassens ha così musicato questa poesia (1960):
Questa è la versione che ne ha dato Fabrizio de André (1967):

01:40
Scritto da: starrynight_00
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